“The Body Cage”: intrappolato nella gabbia è solo il corpo o anche la mente? di Maria Giovanna Storsillo

Category: Testi Critici

Maria Giovanna Storsillo

La  mostra di Valeria Ferrari è una esposizione d’arte che vuole far riflettere ad ognuno di noi che la condizione femminile ed il suo disagio non è solo una barriera fisica ma anche psicologica,  concetto che  si congiunge come  un inno alla bellezza e un elogio alla forza generatrice della donna.

Le sinuosità femminili da sempre rappresentate nell’iconografia orientale e occidentale, prendono sfoggio e si fanno strada sino al nostro secolo grazie ad un artista come Valeria. Riprendendo il tema delle Veneri dalle tradizioni primitive, agendo come un  archeologa alla ricerca del reperto e delle antiche civiltà, l’artista fa emergere da porte antiche e oggetti adoperati nell’uso quotidiano,  la forza languida  delle donne, simbolo di grande bellezza.

Nei due trittici Selfie e l’Eco del silenzio (quest’ultimo vincitore del Premio della Critica “Michelangelo Buonarotti” nel 2017 in Versilia ) si esprime la totale appartenenza all’elemento materico della porta, che si pone come supporto rappresentativo per l’artista; quest’ultima con l’aiuto del gesso, cemento e petrolio, configura tre donne, sagome intrise non solo di un valore estetico ma anche di una capacità di saper raccontare all’osservatore la condizione della “donna-oggetto”, posta lì in vetrina, pronta per essere scrutata, segnata, guardata e se vogliamo dire “violentata”  anche con il solo sguardo. L’uso dei materiali come il petrolio ed il gesso, spiegano la filosofia perseguita dall’artista della pittura non duale, dove il petrolio dal colore cupo (facilmente associabile all’oro della società contemporanea) si contrappone alla purezza del gesso.

Grafite, poliuretano espanso e legno, sono altri elementi adoperati dall’artista per poter rappresentare la figura femminile. L’assemblaggio di queste forze materiche, insieme al grande talento e all’estrema sensibilità di Valeria, sono il mèlange perfetto per poter esprimere al meglio il disagio della donna e allo stesso tempo la carica erotica e primordiale delle divinità.

Il reimpiego di materiali grezzi, si configura a pieno nelle opere collocate in questa mostra e lo si può notare guardando soprattutto l’opera Gea, considerata nella mitologia greco-romana la divinità della Terra e a mio parere una chiara testimonianza di colei che può salvare la bellezza. Una Gea che con disinvoltura emerge sensuale e lussureggiante dallo spigolo ligneo di un antica porta, con i fianchi prosperosi, degna di una perfetta genitrice e dai seni floridi, perfetta nutrice con il volto sagomato e privo di qualsiasi tratto somatico.

Le opere realizzate dall’artista non hanno solo come soggetto la figura della donna, ma ci sono anche delle sculture polimateriche con assemblaggi di alcuni frammenti desunti dalla Flora, un po’ come negli anni ’50 fece Robert Rauschenberg con i suoi Combine.[1] Combinazione di reperti naturali è The Roots’ Beauty, un chiaro esempio del talento dell’artista di saper guardare oltre la semplice radice di fico d’india, nobilitandola ad opera d’arte, o come The Body Cage, una piccola installazione  polimaterica composta da due cornici poste frontalmente e delle grate in ferro, elementi grezzi che noi percepiamo come spigolosi e rudi, che si contrappongono alla morbidezza della piccola scultura amorfa di colore bianco. Una donna ingabbiata sia dal suo corpo tagliato dagli arti superiori e inferiori, che dalla gabbia stessa che gli è stata posta intorno. Una estrema malinconia di ciò che sente chi vive un malessere legato al rifiuto da parte della società, abbandonata e dispersa nel groviglio del sistema, che somministra ad ogni persona le regole preconfezionate  da seguire per poter essere considerati tali.

“[…] La nostra società in continua e veloce evoluzione preme sempre più sulla pura e mera apparenza del fisico, tralasciando e mercificando invece la parte più profonda dell’essere umano: l’anima”. Queste sono le parole di Valeria, parole che colpiscono per il forte realismo e che raccontano di una società frenetica, del consumismo, del capitalismo, attenta all’effimero e di conseguenza alle mode piu’stravaganti del momento e alla rincorsa del selfie più ammiccante. Una generazione  che sta  soprattutto distruggendo quella che è forse la donna più silenziosa e succube, la MADRE TERRA.

[1] I combine sono delle opere realizzate da R. Rauschenberg, esponente del movimento artistico New Dada.  E’ una tecnica artistica che consiste nell’uso della pittura e   oggetti di ogni tipo, posizionati sulla tela.